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Terraliquida e Rivista Contadina: il racconto di un incontro

Articolo apparso su Rivista Contadina, Numero 2, settembre 2024

L’idea di Terraliquida nasce a primavera 2023, quando ci ritroviamo volontarie in Romagna dopo le alluvioni. Siamo là nel fango da subito, e da subito ci rendiamo conto che qualcosa non funziona nella gigantesca macchina dei soccorsi: perché vediamo aggirarsi tra le macerie stupendi pickup immacolati e tutto il resto è fango e disperazione? Perché la Protezione Civile affida la logistica alle Ong e non la gestisce in proprio? Perché lo Stato, oltre che efficiente monopolista della violenza, non è anche efficace coordinatore dei soccorsi? Ma soprattutto: chi aiuterà gli ultimi, le famiglie e le comunità fuori dai centri abitati e nei luoghi meno antropizzati degli Appennini?

C’è un momento che spiega la nascita di Terraliquida. Alcuni di noi appena dopo l’alluvione erano in un paesino dell’appennino faentino, uno dei più colpiti dal disastro. C’era molto fermento, si raccoglievano cibo e acqua e un po’ di tutto. Protezione Civile e Alpini si davano un gran daffare, gli elicotteri sopra di noi facevano la spola con le località isolate per portare viveri, medicinali, gruppi elettrogeni e ogni cosa indispensabile. Gruppi di volontari cercavano di raggiungere zaini in spalla a piedi o in moto le comunità e le famiglie più remote. Nessuno sapeva bene dove e quante persone fossero rimaste isolate.

Il responsabile della Protezione Civile trasmette la lucida consapevolezza che occorreranno anni per sistemare viabilità e acquedotti. Secondo lui molti abitanti su per i monti dovranno per forza trasferirsi a valle, anche se per ora non ne hanno proprio nessuna intenzione. D’altronde come fai ad abbandonare orti case animali e campi? Come fai a trasferire asini mucche galline cani gatti in una pensione a valle? È qui che arriva la frase secca che cambia tutto: “dovranno rassegnarsi e scendere, li prenderemo per fame!” Lo dice con le lacrime ma lo dice con convinzione. Forse non conosce la resilienza di chi sceglie l’agricoltura di montagna.

Pochi giorni dopo eravamo da una famiglia isolata sopra Modigliana a riparare l’acquedotto e sistemare la strada con mezzi di fortuna e un escavatore preso a prestito, eravamo riusciti a bucare i posti di blocco stradali che separavano le zone del dissesto e non ci siamo più fermati.

Il modello operativo è semplice: raccogliamo e selezioniamo le richieste di aiuto, valutiamo col supporto di un geologo la fattibilità dell’intervento, noleggiamo i mezzi necessari e interveniamo. Privilegiamo le situazioni nelle quali poter attivare una rete locale di autosoccorso per contrastare l’isolamento delle comunità montane. Cerchiamo di utilizzare materiali reperibili in loco per minimizzare i costi delle operazioni. Siamo finanziati prevalentemente da privati, per circa 30% da associazioni e in parte con eventi benefit, presentazioni e banchetti informativi. Raggiungiamo le piccole realtà abbandonate dalle amministrazioni locali. Portiamo aiuto dove le organizzazioni più grandi non riescono ad arrivare.

L’autorganizzazione in piccoli gruppi di volontari attrezzati e autosufficienti è la pratica che abbiamo sperimentato e ha funzionato. Ne abbiamo discusso in ambienti amici e abbiamo raccolto molte donazioni e molti incoraggiamenti, dalla Sicilia alla Valsusa. Abbiamo capito che ci sono situazioni nelle quali non puoi aspettare l’autorizzazione dall’alto, devi intervenire subito e prenderti i tuoi rischi.

Finiti i giorni liquidi, mentre seccavano quei mucchi di “rifiuti speciali” nei quali il fango cementava per sempre utensili, mobili, stoviglie, foto, giocattoli, libri e tutti i ricordi di vite intere, ci siamo chiesti come poter fare meglio e di più in caso di interventi futuri. Come trasformare una minuscola iniziativa benefica in organizzazione pronta a intervenire con efficacia nell’emergenza. Come rivitalizzare più velocemente quelle reti contadine e montane che davamo per scomparse e che inaspettatamente si sono riattivate nel bisogno. Come coordinarci con altri gruppi autorganizzati simili a noi. Come organizzare l’autoformazione tra un’emergenza e l’altra. Ecco, su tutte queste cose il dialogo è aperto con le tante realtà che praticano il soccorso anche in modo informale e senza voler troppo apparire. Alla fine ci siamo decisi e abbiamo costituito l’Associazione di Volontariato perché alle volte serve una figura riconosciuta per muoversi in contesti istituzionali, è pur sempre uno strumento come tanti altri.

Anche noi siamo rimasti affascinati dalla moltitudine di volontarie e volontari arrivati in Romagna per mettersi a disposizione della popolazione alluvionata, quelli che hanno chiamato “angeli del fango”. Una quantità di persone che nelle aree antropizzate si sono rese ben conto della pericolosità della cementificazione selvaggia governata dall’interesse e non dal buon senso, ma raramente hanno potuto vedere cosa c’era a monte delle alluvioni. A monte ci sono l’abbandono del territorio montuoso, l’incuria e la malagestione delle acque superficiali, l’arroganza dell’uomo verso un ambiente col quale conviveva faticosamente ma pacificamente fino a qualche decennio fa.

Chi non ha vissuto sulla propria pelle i danni dell’alluvione, chi non si è insozzato di fango (e con le fogne rigurgitanti non era solo fango) non ha la percezione di questo particolare disastro che l’uomo sta facendo nel mondo di cui è ospite. Le terribili esperienze del passato anche recente, i Vajont e i testi sacri delle Tina Merlin evidentemente non sono bastati. Così crediamo che i testimoni dovrebbero poter raccontare e sensibilizzare. Vogliamo un mondo in cui la gestione dei territori sia cosa pubblica, alla quale gli abitanti partecipano attivamente da persone informate, consapevoli e politicamente significative e non da spettatori o danneggiati. Per noi le famiglie e le comunità che si trasferiscono sui monti, o che vi rimangono, sono un’avanguardia da sostenere e incoraggiare contro l’abbandono e la distruzione del territorio secondo una visione pienamente agroecologica del mondo che ci accoglie.

Con le nostre poche forze ci opponiamo alla strategia di spopolamento forzato delle zone marginali. Vogliamo contribuire alla sopravvivenza delle piccole comunità montane colpite dal dissesto climatico e idrogeologico. Crediamo che le situazioni emergenziali siano occasioni per elaborare e realizzare insieme nuovi modelli ecologici di vita e di convivenza sul territorio.

Per dar voce a questi temi, per sostenere ragionamenti critici ampi e per aprire confronti teorici e politici, per raccogliere idee e progettualità utili a migliorare, ci servivano forze che andavano oltre le competenze e gli entusiasmi dei primi volontari. Non bastava saper rimuovere alberi sradicati, riparare tubazioni, aspirare fanghi, consolare famiglie, manovrare escavatori. Ci volevano strumenti e persone nuovi per strutturare la narrazione, organizzare la denuncia e sollecitare la critica politica.

Ora capita che più o meno nella stessa primavera del 2023 nascesse in ambienti comuni la bizzarra idea di una rivista cartacea per dar voce a persone vicine all’agroecologia e in qualche modo legate all’agricoltura: “contadine e contadini, consulenti agronomi/e, ricercatrici e ricercatori in scienze sociali e politiche, tutte in vario modo impegnate come attivisti per studiare e praticare spesso faticosamente, ma anche con gioia e convinzione, quei principi che vorremmo fossero alla base dell’agricoltura e del cibo del futuro. Persone che possiamo incontrare nei mercati contadini, luoghi che sono un punto di incontro, confronto, scambio di cibo e cultura.”4

Questa bella Rivista Contadina, già oltre la sua seconda uscita, era in cerca di editore. Terraliquida, che nel frattempo si è costituita come organizzazione di volontariato, cercava un modo per far sentire meglio la propria voce. Entrambe si rivolgevano agli stessi ambienti, unite da una visione agroecologica e non estrattivista del mondo e del nostro modo di abitarlo.

Abbiamo deciso di unire le nostre forze: da questo numero Terraliquida è editore di Rivista Contadina.

“Per costruire un mondo nuovo e basato sui principi della dignità, della solidarietà, della giustizia sociale e ambientale, dell’agroecologia, senza discriminazioni dovute alla provenienza, al genere e all’orientamento sessuale e religioso, c’è bisogno di progetto, di impegno, di pratica, di confronto, di studio, di formazione, di discussione, di apprendimento dai propri errori. Di organizzazione e di lotta”5.

Post Scriptum: 

Nella Romagna alluvionata vicino a Faenza, 21 settembre 2024. Ancora nel fango. Ancora macerie. Pochi giorni di pioggia violenta ed è successo di nuovo. Sempre negli stessi posti.

Davanti a noi l’acqua ha rotto un argine e la casa di E. non c’è più, come smaterializzata in un istante da una gigantesca idropulitrice. Ti indica un vuoto tra le macerie del paese e capisci che manca qualcosa: mancano i muri, manca il tetto, mancano i mobili, manca tutto. L’onda gli ha lasciato una bella piazzola quadrata piastrellata. Ma il nostro amico è un romagnolo abbronzato e gioviale che non si scoraggia, ci scherza su con noi. Alla fine è contento, è contento di essere qui a raccontarcelo perché quando è arrivata l’onda in casa non c’era nessuno. La casa la ricostruiranno se riusciranno, ma sanno che nessuno li ripagherà e di responsabili non ce ne saranno nemmeno stavolta.

Il più delle volte però troviamo rabbia e disperazione. Famiglie che hanno perso tutto per la terza volta in poco più di un anno. Ti dicono che non sanno se sparare a qualcuno o spararsi da soli. Sono parole pesanti da dire e da ascoltare. E ancora non hanno saputo che da Roma minacciano di imporre l’assicurazione obbligatoria anche ai privati, da Roma avvertono che di soldi per i rimborsi non ce n’è più e che ti devi arrangiare. E ti chiedi se presto lo dichiareranno anche per la sanità e la scuola, ti diranno che se le vuoi te le dovrai pagare anche quelle.

Le foto le trovi su terraliquida.org

Note L’espressione “angeli del fango” (già utilizzata per volontari e volontarie dopo l’alluvione di Firenze del 1966) ha distolto l’attenzione dall’analisi degli errori, sfruttando l’empatia verso quei “giovani” che in altre situazioni vengono manganellati per la loro richiesta di migliorare il mondo. Noi eravamo furibondi vedendo che stavano per ripetersi degli stessi errori che hanno concausato i disastri. E nella nostra rabbia c’era ben poco di “angelico”.