L’ha scritto Tina Merlin a proposito della disgrazia del Vajont del 9 ottobre 1963 (*).
Sono passati 60 anni. Come se fosse ieri. Come se non avessimo imparato nulla.
La frana del monte Toc fu una catastrofe immane. Una strage di persone (2.000 morti) e di animali, la devastazione per un territorio intero.
La frana era prevista.
Chi doveva e poteva evitare la tragedia non lo fece.
Criminali.
Lo Stato costrinse i superstiti a trasferirsi in altri luoghi.
I risarcimenti arrivarono ma non furono assolutamente sufficienti a riparare il danno complessivo.
La frana precipitata dal monte Toc nel lago di Vajont provocò un’onda d’acqua non paragonabile alle alluvioni recenti: non tanto per i volumi quanto per la violenza improvvisa che risolse tutto in pochi minuti, senza lasciare scampo a chi ne venne investito.
E tuttavia i temi della cura del territorio e della convivenza degli umani col non-umano restano di attualità.
Nel caso Vajont ci furono persone che per interesse economico si resero colpevoli di strage.
Abituiamoci a chiederci se e quanto nelle “disgrazie naturali” noi umani siamo responsabili per non aver compreso, previsto, agito in modo “ecologico”.
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(*) “Il territorio è ormai degradato al massimo, la gente è emigrata: proprio per questo non accudisce più come un tempo le piccole proprietà contadine ora abbandonate, e che ricevono mille rivoli dalle montagne disboscate e in dissesto.
I torrenti straripano ovunque, vengono intasati dai materiali che precipitano a valle dalle colline dilavate dalle piogge.
Gli abitanti dei villaggi montani lo sanno. Non occorre essere geologi per conoscere il territorio sul quale si è vissuti per secoli, il “giro” delle lune e dei venti, il loro combinarsi con l’umidità e la temperatura.
Da tutto questo i contadini hanno sempre imparato ad affrontare la natura, a coltivare la terra, a prevedere possibili disastri.”
Tina Merlin, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, La Pietra, Milano, maggio 1983)